Lo sapevate che il termine burnout autistico ha iniziato a comparire solo nei ultimi dieci anni?
L’idea che persone comuni, come me e voi, possano lavorare a tempo pieno, crescere una famiglia, sembrare perfettamente “normali” agli occhi degli altri e allo stesso tempo essere autistiche è relativamente recente. Quando le difficoltà quotidiane iniziano a manifestarsi con ansia crescente, perdita di interesse, esaurimento e senso di sopraffazione, ciò che sembra depressione potrebbe in realtà essere burnout autistico.
Questa è una delle cose più importanti che ho imparato nell’ultimo anno.
Sapevo che L stava soffrendo, ma avevo anche visto con i miei occhi che forzarlo, insistere, cercare di convincerlo o premiarlo non cambiava assolutamente nulla. Non ero disposta a continuare a usare strategie che, semplicemente, non funzionavano.
So che molti di voi mi hanno scritto facendomi domande davvero belle. Altri avrebbero voluto parlarmi di persona, per capire meglio la nostra esperienza o semplicemente per confrontarsi in modo più privato.
Nel frattempo ho scoperto anche di essere autistica, e parte del mio stesso burnout è stata la difficoltà a comunicare verbalmente con le persone. Farlo in italiano, che non è la mia prima lingua, è ancora più difficile. Non significa che non mi importi. Semplicemente, non ne ho avuto le energie.
Forse questo è uno dei cambiamenti di prospettiva più importanti che vorrei condividere.
Quello che L vive non è un “non vuole”.
È un “non riesce”.
Credo che nella nostra società sia molto difficile accettare l’idea che alcuni comportamenti non siano completamente sotto il controllo della persona.
Per non allontanarmi troppo dalla nostra storia, l’anno scorso abbiamo capito che L stava vivendo un burnout autistico, che si può descrivere anche come un esaurimento del sistema nervoso.
Immaginate una macchina con il motore difettoso. Continua ad andare avanti, continua a funzionare, anche se con sempre più fatica, finché, a un certo punto, il motore cede.
È esattamente quello che succede al sistema nervoso.
In quel periodo abbiamo dovuto chiederci cosa fosse davvero essenziale e cosa potesse aspettare.
Abbiamo eliminato quasi tutte le richieste: la scuola, lavarsi i denti, mangiare determinati cibi, comportarsi “bene”, uscire di casa e tante altre aspettative quotidiane.
Ci siamo concentrati solo sulle cose veramente indispensabili: assicurarci che prendesse l’SSRI che assumeva in quel periodo e il MiraLAX per aiutarlo ad andare in bagno.
Quando ha iniziato a rifiutare anche l’SSRI, lo abbiamo sospeso gradualmente. Purtroppo, dato che il suo sistema nervoso era già in uno stato di continua attivazione, è stato ancora peggio.
Piangeva dicendo che si sentiva malissimo, ma non sapeva spiegare il perché.
Provava a stare meglio giocando su Roblox, ma bastava perdere una partita perché ricadesse nella disperazione.
Aveva bisogno che io fossi accanto a lui praticamente tutto il tempo. Anche solo uscire qualche minuto per portare fuori il cane gli provocava il panico.
In quel periodo stavo studiando tantissimo il PDA (Pervasive Drive for Autonomy), un profilo descritto negli anni Ottanta dalla professoressa inglese Elizabeth Newson, ma diventato molto più conosciuto solo negli ultimi anni grazie ai social media e al movimento per la neurodiversità.
Abbiamo avuto anche la fortuna di incontrare una terapista occupazionale, nello stesso centro che già frequentavamo, con un approccio davvero rispettoso della neurodiversità. Mi ha aiutata tantissimo a ritrovare un po’ di serenità.
Il 2025, per me, è quasi tutto sfocato.
È stato un anno in cui ho ricevuto una seconda educazione, questa volta su autismo, ADHD e PDA, cercando di capire come costruire una vita familiare che rispettasse il modo in cui sono fatti i nostri sistemi nervosi.
È stato anche l’anno in cui ho conosciuto online sei mamme che, come me, stavano crescendo bambini di sette o otto anni AuDHD (autistici e ADHD), molti dei quali con un profilo PDA simile a quello di L. Oggi penso che anche io e mio marito condividiamo parte di questo modo di funzionare.
Con loro potevo parlare senza filtri.
E loro, con grande sincerità, mi hanno aiutata a capire che quello che stavamo vivendo non era un problema di educazione.
Non era perché non avevo eliminato abbastanza zucchero.
Non era perché non avevo imposto una routine più rigida.
Non era perché non ero stata abbastanza severa o abbastanza brava come madre.
Non esisteva una soluzione semplice che avrebbe trasformato L in uno di quei bambini apparentemente sereni che si vedono correre e ridere a scuola.
Per tutto il 2025 ho tenuto un diario.
Rileggendolo oggi, vedo il burnout autistico in quasi ogni pagina. All’epoca non avevo ancora le parole per descriverlo. Cercavo solo di annotare tutto, sperando che, mettendo insieme abbastanza dettagli, prima o poi avrei capito cosa stava succedendo.
Rileggerlo oggi mi spezza il cuore, perché riesco a vedere un bambino il cui sistema nervoso stava facendo tutto il possibile per sopravvivere.
Sabato 3 ottobre 2025
Abbiamo iniziato a dare a L mezza pastiglia di lassativo insieme al Body Booster, un giorno sì e uno no.
Giovedì ha anche bevuto una buona quantità d’acqua dalla sua nuova borraccia, e questo mi ha dato un po’ di speranza.
Negli ultimi giorni è stato molto più reattivo e sto cercando di capire se ci sia stato qualcosa che possa aver contribuito.
Giovedì è rimasto a casa di un amico per sei ore. Quando è tornato era molto agitato, rideva continuamente, sembrava completamente sovrastimolato e non è riuscito a calmarsi fino alle dieci di sera. Inoltre ha preso il Body Booster solo verso le sei o le sei e mezza.
Venerdì mattina ci siamo alzati alle sei. Anche se ha gestito bene il fatto che io andassi al lavoro, è esploso quando gli ho portato un waffle per colazione.
Ieri sera si è addormentato prestissimo, verso le cinque e mezza, poi si è svegliato all’una di notte ed è rimasto sveglio da allora.
Adesso sono circa le nove del mattino e ha avuto crisi molto forti per cose che sembrano piccolissime, come il fatto che io abbia detto la cosa sbagliata mentre lo guardavo giocare o che io sia morta durante una partita privata a Dandy’s World giocata insieme.
Ha provato ad andare in bagno e speravo davvero che ci riuscisse, ma ha detto che gli faceva troppo male.
Sto cercando intenzionalmente di rimanere tranquilla e di non entrare subito in modalità “risolviamo il problema”, perché mi sono accorta che ogni volta che provo a trovare una soluzione immediata lui si stressa ancora di più.
Parole e concetti
Burnout autistico
Uno stato di profondo esaurimento fisico, emotivo e mentale che può verificarsi quando una persona autistica vive per troppo tempo sotto stress, cercando di adattarsi a richieste che superano le sue capacità del momento. Può comportare maggiore ansia, perdita di interessi, difficoltà a comunicare, bisogno di isolamento e riduzione delle capacità quotidiane.
Sistema nervoso
La parte del corpo che riceve e interpreta ciò che accade dentro e intorno a noi. Quando si sente al sicuro, ci permette di pensare, comunicare, imparare e connetterci con gli altri. Quando percepisce una minaccia, può attivare risposte automatiche come lotta, fuga, immobilità o chiusura.
Attivazione del sistema nervoso
Uno stato di allerta in cui il corpo si prepara a proteggersi. Se questa attivazione continua troppo a lungo, anche senza un pericolo evidente, può portare a esaurimento e burnout.
Mascheramento
Il tentativo, spesso inconsapevole, di nascondere i propri bisogni, le difficoltà o i comportamenti autistici per apparire più conformi alle aspettative degli altri. Una persona può sembrare tranquilla e stare bene, pur vivendo internamente un enorme livello di stress.
PDA, Pervasive Drive for Autonomy
Un profilo associato all’autismo in cui richieste, aspettative e perdita di controllo possono essere percepite dal sistema nervoso come minacce. La persona non evita necessariamente perché non vuole collaborare, ma perché il suo corpo sente un bisogno urgente di proteggere la propria autonomia.
Neurodiversità
L’idea che non esista un unico modo corretto di pensare, sentire, comunicare o imparare. Autismo, ADHD e altri modi di funzionare fanno parte della naturale varietà dei cervelli umani.
AuDHD
Un termine informale usato per descrivere una persona che è sia autistica sia ADHD.
Approccio neuroaffermativo
Un modo di sostenere le persone neurodivergenti che non cerca di renderle più “normali”, ma di comprenderne i bisogni, rispettarne il funzionamento e ridurre le barriere che causano stress.
Capacità
L’energia fisica, mentale ed emotiva disponibile in un determinato momento. Avere difficoltà a fare qualcosa non significa necessariamente non volerlo fare. A volte significa semplicemente non avere, in quel momento, la capacità necessaria.
“Non vuole” e “non riesce”
Una distinzione fondamentale. Dire “non vuole” implica una scelta intenzionale. Dire “non riesce” riconosce che il comportamento può dipendere da stress, paura, sovraccarico o esaurimento del sistema nervoso.
