È sempre stata una mia convinzione che i bambini vogliano crescere e diventare parte della nostra comunità in modo positivo.
Per questo ero spesso in disaccordo con l’idea, molto diffusa, che il ruolo principale dei genitori sia controllare i figli e correggerne continuamente i comportamenti. Per me è sempre stato il rapporto di fiducia e rispetto tra genitori e figli a sostenere la crescita positiva di un bambino che sta bene.
Ed è proprio per questo che ero così confusa.
A tre anni non voleva saperne di togliersi il pannolino e usare il water. Era così contento e leggero fuori con gli altri bambini, ma frustrato e rigido a casa.
Non capivo perché fosse così facile per lui unirsi a un gruppo sconosciuto di bambini al parco e giocare a palla, ma rifiutasse completamente di frequentare un corso di calcio.
Non capivo perché ogni mattina si svegliasse di cattivo umore, come se fosse arrabbiato con il mondo.
Tutto sembrava diventare un problema. Nel modo in cui si scherza sui bambini piccoli che piangono perché gli hai dato da bere nel bicchiere giallo invece che in quello blu, oppure perché hai tagliato la banana nel modo sbagliato. Ma con Luca era mille volte più intenso, sia dal punto di vista emotivo che nel volume delle sue reazioni.
Siccome sono una persona curiosa e credevo nel profondo che i bambini facciano bene quando possono, continuavo a cercare di capire quale fosse il problema, navigando anche sentimenti di vergogna.
Perché magari eravamo noi il problema.
Forse, se fossimo stati più chiari con le regole di casa, più coerenti o più severi nel rispondere ai comportamenti difficili, lui sarebbe stato più calmo, più facile da gestire e più simile agli altri bambini che vedevamo intorno a noi.
È difficile spiegare come il sistema nervoso si adatti quando, in qualsiasi momento, potrebbe arrivare un urlo come se si fosse spezzato un braccio, e invece è perché ha fame o perché qualcosa è andato storto nel suo gioco.
Vivere con una persona che sembra perdere completamente il controllo per cose che, dal punto di vista di un adulto, appaiono piccolissime, ti rende estremamente sensibile a quel bambino, nel bene e nel male.
Con il tempo impari a osservare tutto. Impari a prevedere. Impari a leggere i cambiamenti più piccoli nel tono della voce, nell’espressione del viso, nel modo in cui apre una porta o attraversa una stanza.
E così, per tanti anni, ho vissuto in una zona grigia.
Sentivo che ci mancava qualcosa per capire nostro figlio e il modo in cui interagivamo con lui. Le spiegazioni che trovavamo non sembravano mai sufficienti. I comportamenti erano evidenti. La frustrazione, l’ansia, la rigidità e le reazioni sproporzionate erano davanti ai nostri occhi.
Quello che ancora non riuscivamo a vedere era il perché.
E presto la scuola avrebbe reso quella domanda impossibile da ignorare.
