Non è mai stato contento di andare all’asilo, ma tutti dicevano che fosse normale. Che ai bambini serve un po’ di tempo per abituarsi. Ed era vero. Con il tempo si era un po’ abituato e aveva creato delle amicizie che ancora oggi conserva.
Sapevamo da sempre quale sarebbe stata la sua scuola elementare. La scuola pubblica del nostro quartiere si chiama Nettelhorst. È un’ottima scuola, con valori molto simili ai nostri e una grande partecipazione delle famiglie alla vita scolastica. Si trova a due passi da casa nostra. Ogni volta che ci passavamo davanti dicevamo a Luca: “Un giorno andrai a scuola qui.”
Per me era un sogno. L’idea che potesse costruire amicizie fin dall’infanzia e crescere nella stessa comunità per dieci anni significava tantissimo. La mia infanzia è stata divisa tra New York, l’Italia e la Svezia, e una delle cose che mi è mancata di più è stato proprio il senso di appartenenza a una comunità. Pensare che Luca avrebbe avuto tutto questo mi rendeva profondamente felice.
Ha iniziato a Nettelhorst per il Pre-K, ed era andato abbastanza bene. Guardando indietro, credo che una parte del motivo fosse che le giornate erano ancora molto semplici. C’era il riposino dopo pranzo e quasi tutte le attività si svolgevano nella stessa aula, con la stessa insegnante.
Guardando indietro, credo che sia stato con il Kindergarten che qualcosa abbia iniziato a cambiare. Era pensato come preparazione alla prima elementare. Non c’era più il riposino. I bambini iniziavano a spostarsi tra aule diverse in base alle attività e, soprattutto, mangiavano in una grande mensa insieme a molte altre classi.
La mattina iniziò a opporsi sempre più spesso all’idea di andare a scuola. Diceva di avere mal di pancia. Sembrava ansioso.
Quando andavo a prenderlo, usciva dall’edificio ancora composto, come se avesse trattenuto tutto per tutta la giornata. Ma poco dopo iniziava a urlare che voleva tornare subito a casa. Una volta rientrati, non era quasi possibile parlargli per diverse ore. Aveva bisogno di stare da solo per riuscire, lentamente, a recuperare.
Nel frattempo continuavano anche le difficoltà con la popò. Erano migliorate un po’ grazie ai farmaci, ma ogni sera darglieli era una battaglia. Continuavo a pensare che, prima o poi, si sarebbe abituato.
Dopotutto frequentava quella comunità da quasi quattro anni. Un anno e mezzo di preschool (l’asilo), poi il Pre-K e ora il Kindergarten. Molti dei suoi amici della preschool erano andati nella sua stessa scuola. Gli volevano bene e lui stava bene con loro.
Eppure, invece di migliorare, sembrava peggiorare.
Quando iniziò la prima elementare, ogni mattina era una lotta. Mi chiedeva continuamente quanti giorni mancassero al fine settimana. Mi implorava di non mandarlo a scuola. Alcune mattine lo trovavo sdraiato sul pavimento, in posizione fetale, dicendo che non si sentiva bene. Non aveva febbre. Non era raffreddato.
Pensavamo che il problema fosse l’ansia. Ormai sapevamo che era autistico e ADHD, così, insieme ai medici, abbiamo deciso di provare anche una terapia con un antidepressivo SSRI. Speravo che, se fosse riuscito a sentirsi un po’ più sereno, la scuola sarebbe diventata più sostenibile.
Non cambiò nulla.
La sua resistenza ad andare a scuola rimase identica.
Nello stesso periodo iniziai a leggere sempre di più. Lessi Free to Learn, iniziai a capire meglio come funzionava la play therapy che Luca faceva ogni settimana e trovai una comunità di genitori con figli neurodivergenti. Per la prima volta non mi sentivo più sola. Leggevo le loro storie e avevo l’impressione che stessero descrivendo nostro figlio.
Fu allora che iniziai a farmi una domanda diversa.
Non più: “Come facciamo a convincere Luca ad andare a scuola?”
Ma: “Che cosa sta facendo la scuola al suo sistema nervoso?”
Fu un cambio di prospettiva enorme.
Compresi che non stavamo parlando di mancanza di volontà o di carattere. Stavamo parlando di un bambino che viveva in uno stato di stress così prolungato da perdere, poco alla volta, l’accesso anche ai bisogni più fondamentali.
Quando decidemmo di ritirarlo da scuola fu una delle decisioni più dolorose della mia vita.
L’ultimo giorno, quando andai a prendere le sue cose dalla classe, piansi per tutto il tragitto verso casa. Piangevo per l’infanzia che avevo immaginato per lui. Piangevo per la comunità che sentivo di perdere. Le altre famiglie, le feste di classe, le gite, le chiacchiere davanti alla scuola, quella quotidianità che avevo sempre desiderato anche per me.
Ma una volta chiusa la porta di casa, la realtà era un’altra.
Per quasi un intero anno mi ritrovai con un bambino che non riconoscevo più. Aveva perso le sue passioni e passava tutta la giornata a letto con l’iPad.
Non riuscivamo più a lavargli i denti.
Non riuscivamo a fargli fare il bagno.
Non voleva vestirsi.
Non voleva più vedere i suoi amici.
Non voleva più uscire di casa.
Ogni piccola richiesta sembrava mandarlo nel panico.
Fu allora che capimmo che il problema non era più la scuola in sé. Il suo sistema nervoso era ormai talmente sopraffatto che togliere la fonte dello stress non sarebbe bastato. Davanti a noi c’era un lungo percorso di recupero.
Parole e concetti
Free to Learn
Libro dello psicologo Peter Gray che esplora il ruolo del gioco, dell’autonomia e della fiducia nello sviluppo dei bambini. È stato uno dei libri che ha cambiato profondamente il mio modo di vedere dell’educazione.
Antidepressivo SSRI
Una classe di farmaci spesso utilizzata per trattare ansia e depressione. Nel nostro caso abbiamo deciso di provarlo perché pensavamo che l’ansia fosse la causa principale delle difficoltà di Luca. Anche se ha aiutato alcuni aspetti del suo benessere, non ha cambiato la sua difficoltà ad andare a scuola.
Volontà
La capacità o il desiderio di fare qualcosa. Nel contesto della neurodiversità è importante distinguere tra non voler fare e non riuscire a fare. Due situazioni che dall’esterno possono sembrare uguali, ma che hanno cause molto diverse.
Sistema nervoso
L’insieme di cervello e corpo che ci aiuta a percepire sicurezza, pericolo e stress. Quando il sistema nervoso è costantemente sotto pressione, anche attività quotidiane possono diventare molto difficili.
Ansia
Uno stato di vigilanza del sistema nervoso, accompagnato dalla preoccupazione che ciò che potrebbe accadere sia troppo difficile, intenso o travolgente da gestire.

